- Il legame peptidico è il legame covalente tra il gruppo carbossilico di un amminoacido e il gruppo amminico del successivo, con eliminazione di una molecola d'acqua (reazione di condensazione).
- È un legame ammidico: la risonanza distribuisce gli elettroni tra azoto, carbonio e ossigeno, conferendo al legame C-N un parziale carattere di doppio legame che lo rende piano e difficile da ruotare.
- La configurazione trans è nettamente prevalente: in un insieme non ridondante di 571 proteine sono stati identificati solo 43 legami peptidici cis non prolinici (Jabs et al., 1999).
- Ogni catena ha due estremità distinte, N-terminale e C-terminale, e per convenzione le sequenze si scrivono da N a C.
- La rottura avviene per idrolisi: spontaneamente è lentissima, ma le proteasi digestive e plasmatiche la accelerano enormemente, motivo per cui la maggior parte dei peptidi non sopravvive al tratto gastrointestinale.
- La sintesi peptidica in fase solida introdotta da Merrifield ha reso routine la costruzione controllata di legami peptidici in laboratorio.
- Amidazione C-terminale, ciclizzazione e amminoacidi D sono modifiche studiate proprio perché rendono il legame peptidico meno riconoscibile dalle proteasi.
Cos'è esattamente un legame peptidico?
Un legame peptidico è il legame covalente che unisce due amminoacidi, formato tra il gruppo carbossilico (-COOH) del primo e il gruppo amminico (-NH₂) del secondo con eliminazione di una molecola d'acqua. Dal punto di vista chimico si tratta di un legame ammidico, e la sua geometria piana e rigida è il presupposto strutturale di tutti i peptidi e di tutte le proteine.
Quando si parla di cos'è un peptide, si parla in realtà di una catena tenuta insieme da questi legami. Un amminoacido isolato possiede un'estremità acida e una basica: il legame peptidico sfrutta proprio questa doppia natura per concatenare le unità una dopo l'altra, come anelli di una catena in cui ogni anello si aggancia sempre nello stesso modo. Il risultato è una struttura lineare chiamata catena polipeptidica, costituita da uno scheletro ripetitivo (backbone) e da catene laterali variabili.
Una volta incorporato nella catena, un amminoacido non si chiama più amminoacido ma residuo, perché ha perso un atomo di idrogeno dal gruppo amminico o un gruppo ossidrile dal gruppo carbossilico. Questa differenza non è puramente terminologica: spiega perché la massa di un peptide non corrisponde alla somma delle masse degli amminoacidi liberi, ma a quella somma meno 18,02 g/mol per ogni legame formato.
Il gruppo ammidico che si crea (-CO-NH-) ha una massa formale di circa 43 g/mol ed è chimicamente molto stabile. Questa stabilità è una caratteristica desiderabile dal punto di vista biologico: le informazioni codificate nella sequenza non si perdono spontaneamente. È anche il motivo per cui l'organismo ha dovuto evolvere enzimi dedicati, le proteasi, per smontare le proteine quando serve.
Il legame peptidico non è un concetto esotico riservato ai laboratori. È la stessa chimica che tiene insieme la cheratina dei capelli, l'emoglobina del sangue, l'insulina, gli anticorpi e i piccoli peptidi segnale che l'organismo produce in grande numero. Capire questo singolo legame significa capire l'impalcatura di gran parte della biologia molecolare.
Come si forma un legame peptidico?
La formazione avviene attraverso una reazione di condensazione, chiamata anche sintesi per disidratazione. Il gruppo carbossilico di un amminoacido cede un gruppo ossidrile (-OH), il gruppo amminico dell'amminoacido successivo cede un atomo di idrogeno, e i due frammenti si combinano formando una molecola d'acqua (H₂O). Ciò che resta è un legame diretto tra l'atomo di carbonio carbonilico del primo residuo e l'atomo di azoto del secondo.
In termini energetici, questa reazione non è spontanea in ambiente acquoso: la condensazione in acqua è sfavorita, perché l'acqua è il prodotto della reazione e l'ambiente ne è saturo. Per questo motivo nella cellula il legame peptidico non si forma mai per semplice incontro di due amminoacidi liberi. Occorre una attivazione energetica preliminare.
Nella cellula questo compito è svolto dal ribosoma, assistito dagli amminoacidi attivati sotto forma di amminoacil-tRNA. L'amminoacido viene legato al proprio tRNA attraverso un legame ad alta energia, e il centro peptidil-transferasico del ribosoma catalizza il trasferimento della catena nascente sull'amminogruppo del residuo successivo. La direzione è sempre la stessa: la catena cresce dall'estremità N-terminale verso quella C-terminale, un residuo alla volta.
In laboratorio il principio è identico ma gli strumenti sono chimici: il gruppo carbossilico viene attivato da reagenti di accoppiamento che lo rendono elettrofilo, mentre tutti i gruppi funzionali che non devono reagire vengono temporaneamente protetti. Senza questa doppia precauzione si otterrebbero miscele casuali invece di una sequenza definita.
Vale la pena sottolineare un punto spesso trascurato: la reazione di condensazione è perfettamente reversibile sul piano chimico. L'operazione inversa, l'idrolisi, consiste semplicemente nel reintrodurre la molecola d'acqua che era stata eliminata. Formazione e rottura del legame peptidico sono quindi due facce della stessa reazione, separate soltanto da barriere cinetiche e dalla presenza o assenza di catalizzatori.
Perché il legame peptidico è piano e rigido?
A prima vista il legame C-N dovrebbe comportarsi come un normale legame singolo, cioè permettere la rotazione libera dei due gruppi che collega. Nella realtà non è così, e la ragione è la risonanza. Il doppietto elettronico non condiviso dell'azoto si delocalizza verso il carbonio carbonilico, mentre la densità elettronica si sposta sull'ossigeno: il risultato è un ibrido di risonanza in cui il legame C-N possiede un parziale carattere di doppio legame.
Le conseguenze misurabili sono tre. Il legame C-N peptidico è più corto di un legame singolo C-N convenzionale (circa 1,33 Å contro circa 1,45 Å), il legame C=O è leggermente più lungo del normale, e la rotazione attorno al legame C-N richiede un'energia dell'ordine di 20 kcal/mol, un valore troppo alto perché la rotazione avvenga liberamente a temperatura fisiologica. I sei atomi coinvolti (Cα-CO-NH-Cα) giacciono quindi praticamente sullo stesso piano, formando quella che viene chiamata unità peptidica planare.
Questa rigidità locale non è un dettaglio accademico. Fu proprio la planarità del gruppo peptidico, dedotta dalla teoria della risonanza, a permettere a Pauling, Corey e Branson di predire correttamente l'alfa-elica e il foglietto beta nel 1951, prima ancora che esistessero strutture proteiche risolte sperimentalmente, come ricostruito da Eisenberg nella sua rassegna storica del 2003. Lo scheletro proteico, in altre parole, non è un filo flessibile: è una successione di piastre rigide collegate da snodi.
Gli snodi sono i due legami adiacenti attorno al carbonio alfa, descritti dagli angoli diedri phi (φ) e psi (ψ). La libertà conformazionale di una proteina si concentra quasi interamente in questi due angoli, e questo riduce drasticamente il numero di conformazioni possibili. Senza questa restrizione il ripiegamento proteico sarebbe un problema combinatorio ingestibile.
Resta da spiegare la geometria preferita. Due disposizioni sono concepibili attorno al legame ammidico: trans, con i due carboni alfa su lati opposti, e cis, con i due carboni alfa dallo stesso lato. La forma trans è nettamente favorita perché riduce l'ingombro sterico tra le catene laterali. I dati strutturali lo confermano: in un insieme non ridondante di 571 proteine, Jabs e colleghi hanno identificato soltanto 43 legami peptidici cis non prolinici. L'eccezione sistematica è la prolina, il cui anello rende le due forme energeticamente molto più vicine, al punto che l'isomerizzazione cis-trans della prolina costituisce spesso lo stadio lento del ripiegamento proteico, come documentato da Wedemeyer e colleghi.
Come si può visualizzare un legame peptidico?
Poiché la geometria conta più della formula, vale la pena descrivere lo schema a parole, immaginando un dipeptide disposto da sinistra a destra.
Descrizione dello schema. All'estrema sinistra si trova il gruppo amminico libero (H₂N-) del primo residuo: questa è l'estremità N-terminale. Procedendo verso destra si incontra il primo carbonio alfa (Cα), al quale è attaccata verso il basso la prima catena laterale (R₁) e verso l'alto un atomo di idrogeno. Subito dopo il Cα viene il carbonio carbonilico, con il suo ossigeno (O) rivolto verso l'alto da un doppio legame. Da questo carbonio parte verso destra il legame peptidico vero e proprio, diretto all'atomo di azoto (N), che porta un idrogeno rivolto verso il basso. L'azoto si collega poi al secondo carbonio alfa, con la seconda catena laterale (R₂), e la catena termina con il gruppo carbossilico libero (-COOH): questa è l'estremità C-terminale.
Due dettagli vanno immaginati sovrapposti a questa linea. Primo: i sei atomi Cα-C-O-N-H-Cα si trovano tutti sullo stesso piano, come se un rettangolo rigido fosse incastrato in mezzo alla catena. Secondo: l'ossigeno del carbonile e l'idrogeno dell'azoto puntano in direzioni opposte, e i due carboni alfa si trovano su lati opposti del legame C-N. Questa è esattamente la configurazione trans, la disposizione quasi universale nelle proteine naturali.
Gli elementi chiave dello schema, in sintesi:
- N-terminale a sinistra, gruppo amminico libero.
- C-terminale a destra, gruppo carbossilico libero.
- Unità peptidica planare al centro: Cα-CO-NH-Cα, rigida.
- Angoli φ e ψ ai due carboni alfa: gli unici punti realmente flessibili.
- Catene laterali R₁ e R₂: sporgono dal piano e determinano le proprietà chimiche del peptide.
- Molecola d'acqua eliminata: non compare nello schema finale, ma è il prodotto scomparso della condensazione.
Chi preferisce un'immagine mentale più concreta può pensare a una catena di segnaletica stradale: cartelli piatti e rigidi (le unità peptidiche) collegati da piccoli giunti sferici che ruotano (i carboni alfa). La forma complessiva della proteina dipende interamente da come ruotano quei giunti.
Cosa sono l'estremità N-terminale e quella C-terminale?
Ogni catena peptidica lineare ha due estremità chimicamente diverse. L'estremità N-terminale è quella in cui il gruppo amminico del primo residuo non è impegnato in alcun legame peptidico e resta libero. L'estremità C-terminale è quella opposta, in cui il gruppo carbossilico dell'ultimo residuo rimane libero.
Questa asimmetria rende la catena direzionale: un peptide non è un oggetto simmetrico che si può leggere indifferentemente nei due versi. Per convenzione internazionale le sequenze si scrivono e si leggono sempre dall'N-terminale al C-terminale. Una sequenza Gly-Pro-Ala descrive dunque una molecola diversa da Ala-Pro-Gly, esattamente come due parole con le stesse lettere in ordine inverso sono parole diverse. Altri termini tecnici ricorrenti sono raccolti nel glossario dei peptidi.
La direzionalità ha anche un significato biologico preciso. La sintesi ribosomiale procede sempre dall'N-terminale verso il C-terminale, e lo stesso vale per la lettura dell'mRNA. Molti segnali di indirizzamento cellulare, inoltre, si trovano all'N-terminale, mentre numerose modifiche post-traduzionali di attivazione riguardano il C-terminale.
Le due estremità hanno infine comportamenti chimici diversi. A pH fisiologico l'N-terminale tende a essere protonato e quindi carico positivamente (-NH₃⁺), mentre il C-terminale tende a essere deprotonato e carico negativamente (-COO⁻). Queste cariche influenzano la solubilità del peptide, il suo punto isoelettrico e la sua interazione con i recettori. Non sorprende che proprio le estremità siano i punti preferenziali delle modifiche chimiche studiate per migliorare la stabilità delle molecole peptidiche.
Le estremità sono anche bersagli privilegiati di alcune classi di enzimi. Le amminopeptidasi attaccano la catena dall'N-terminale, le carbossipeptidasi dal C-terminale, mentre le endopeptidasi tagliano all'interno della catena. Conoscere questa divisione del lavoro enzimatico aiuta a capire perché un peptide possa essere stabile in una condizione e degradarsi rapidamente in un'altra.
Qual è la differenza tra peptide, polipeptide e proteina?
La differenza è quantitativa e convenzionale, non chimica: la natura del legame è sempre la stessa. I confini usati nella letteratura biochimica sono approssimativi e vanno letti come indicazioni pratiche, non come definizioni rigorose.
| Termine | Numero indicativo di residui | Caratteristiche tipiche |
|---|---|---|
| Oligopeptide | 2 a circa 20 | Struttura spesso flessibile, poca o nessuna struttura terziaria stabile |
| Peptide | 2 a circa 50 | Molti ormoni e peptidi segnale ricadono in questa fascia |
| Polipeptide | Oltre 50, catena singola | Termine strutturale: descrive la catena, non la funzione |
| Proteina | Oltre 50, una o più catene | Ripiegamento definito, spesso con cofattori o più subunità |
Il termine polipeptide è il più neutro dei tre: indica semplicemente una catena di molti residui, indipendentemente dal fatto che sia ripiegata in una forma funzionale. Una proteina è un polipeptide (o un insieme di polipeptidi) che ha assunto una conformazione tridimensionale definita e svolge una funzione biologica.
Esistono casi limite che mostrano l'arbitrarietà della soglia. L'insulina ha 51 residui distribuiti su due catene e viene comunemente chiamata proteina, ma anche ormone peptidico. Il glucagone ne ha 29 ed è classificato come peptide. La differenza funzionale non dipende dal conteggio dei residui, ma dalla struttura che la catena assume e dal recettore che riconosce.
Dal punto di vista pratico, la lunghezza influenza proprietà molto concrete: i peptidi corti attraversano le membrane con maggiore difficoltà rispetto alle piccole molecole ma hanno una selettività di bersaglio generalmente alta, mentre le proteine di grandi dimensioni pongono problemi di produzione, immunogenicità e somministrazione. Per capire come queste molecole interagiscono con i loro bersagli, può essere utile leggere come funzionano i peptidi.
Come si rompe un legame peptidico?
La rottura avviene per idrolisi, cioè per reintroduzione della molecola d'acqua eliminata durante la formazione. L'acqua attacca il carbonio carbonilico, il legame C-N si spezza e si rigenerano un gruppo carbossilico libero da un lato e un gruppo amminico libero dall'altro. Dal punto di vista termodinamico l'idrolisi è favorita in ambiente acquoso: il problema, per la chimica, è la velocità.
Spontaneamente il legame peptidico è infatti straordinariamente resistente. Le stime cinetiche di Radzicka e Wolfenden collocano il tempo di dimezzamento dell'idrolisi non catalizzata in soluzione neutra a 25 °C nell'ordine delle centinaia di anni. Questa inerzia è esattamente ciò che serve a un polimero che deve conservare informazione strutturale per tutta la vita di una cellula.
Tre vie accelerano il processo. La prima è l'idrolisi acida o basica a caldo, usata in laboratorio per l'analisi degli amminoacidi: tipicamente acido cloridrico concentrato a temperatura elevata per diverse ore. La seconda è l'idrolisi enzimatica, operata dalle proteasi. La terza, più lenta e parziale, riguarda la degradazione chimica spontanea di alcuni legami particolarmente labili, come quelli che coinvolgono residui di asparagina o di acido aspartico.
Le proteasi sono i catalizzatori più efficienti conosciuti per questa reazione e rappresentano una delle maggiori accelerazioni catalitiche documentate in biochimica. Ogni classe ha una specificità propria: la tripsina taglia dopo residui basici come lisina e arginina, la chimotripsina dopo residui aromatici, la pepsina preferisce legami adiacenti ad amminoacidi idrofobici in ambiente fortemente acido. Questa specificità spiega perché un singolo cambiamento di residuo in una sequenza possa modificare radicalmente la resistenza di un peptide.
È proprio da qui che nasce il tema della stabilità in circolo. La maggior parte dei peptidi non modificati viene degradata da peptidasi plasmatiche e tissutali e poi eliminata per filtrazione renale, con tempi di emivita che si misurano spesso in minuti più che in ore, come discusso nella rassegna di Di sulle proprietà ADME dei peptidi. Chi desidera approfondire questo aspetto può consultare la nostra guida all'emivita dei peptidi.
Perché i peptidi assunti per bocca vengono digeriti?
Il tratto gastrointestinale è un sistema progettato specificamente per idrolizzare legami peptidici. Un peptide ingerito incontra, nell'ordine, l'ambiente fortemente acido dello stomaco e la pepsina, poi le proteasi pancreatiche riversate nel duodeno (tripsina, chimotripsina, elastasi, carbossipeptidasi) e infine le peptidasi dell'orletto a spazzola dell'epitelio intestinale. Da questo punto di vista, un peptide ingerito è indistinguibile da un frammento di qualsiasi proteina alimentare.
Il risultato è che la maggior parte dei peptidi somministrati per via orale non raggiunge la circolazione in forma intatta. Alla degradazione enzimatica si aggiunge una seconda barriera, quella dell'assorbimento: la mucosa intestinale è poco permeabile a molecole relativamente grandi, polari e cariche come i peptidi. Le due barriere agiscono in serie, e superarne una sola non basta.
Questo spiega perché la via iniettiva sia stata storicamente la norma per le molecole peptidiche a uso terapeutico. Come ricostruisce Drucker nella sua rassegna sulle terapie peptidiche orali, le strategie sviluppate per aggirare questi ostacoli includono promotori di permeazione, inibitori degli enzimi intestinali e formulazioni dedicate. La messa a punto di una formulazione orale di semaglutide, agonista del recettore del GLP-1, rappresenta uno degli esempi più studiati di questo approccio.
Va sottolineato che questi risultati riguardano farmaci approvati e sviluppati con anni di lavoro farmaceutico, non prodotti venduti come peptidi di ricerca. Il fatto che una formulazione orale esista per una molecola specifica non implica in alcun modo che altri peptidi siano biodisponibili per via orale. L'argomento è trattato in dettaglio nel nostro approfondimento sulla biodisponibilità dei peptidi per via orale.
Un caso particolare merita una precisazione: i peptidi alimentari, come gli idrolizzati di collagene, vengono anch'essi digeriti. Il loro eventuale effetto non dipende dall'arrivo intatto della molecola originale in circolo, ma dai frammenti e dagli amminoacidi liberati. Confondere i due scenari è uno degli errori più comuni nella divulgazione sul tema.
Come si costruiscono legami peptidici in laboratorio?
Il metodo dominante è la sintesi peptidica in fase solida (SPPS, Solid Phase Peptide Synthesis), introdotta da Robert Bruce Merrifield nel 1963 e descritta dallo stesso autore nella sua rassegna pubblicata su Science nel 1986, dopo il conferimento del premio Nobel per la chimica nel 1984. L'idea centrale è ancorare il primo amminoacido a un supporto solido insolubile, tipicamente una resina polimerica in microsfere, e far crescere la catena su quel supporto.
Il vantaggio è procedurale prima ancora che chimico. Poiché la catena in crescita resta legata alla resina, tutti i reagenti in eccesso e i sottoprodotti possono essere eliminati con semplici lavaggi, senza dover purificare un intermedio dopo ogni passaggio. Questo ha trasformato una sintesi che richiedeva mesi in una procedura di giorni, automatizzabile.
Il ciclo di elongazione ripete sempre gli stessi passaggi: rimozione del gruppo protettivo temporaneo dall'estremità N-terminale della catena ancorata, lavaggio, accoppiamento del successivo amminoacido con il carbossile attivato da un reagente di coupling, nuovo lavaggio, e così via. Al termine la catena viene staccata dalla resina e deprotetta in modo definitivo, poi purificata, di norma per cromatografia liquida ad alte prestazioni, e caratterizzata per spettrometria di massa.
Due strategie di protezione si sono affermate: la chimica Boc, storicamente la prima, e la chimica Fmoc, oggi la più diffusa perché evita l'uso di acido fluoridrico nella fase di distacco finale. La scelta incide sulla compatibilità con determinate modifiche chimiche e sulla purezza del prodotto grezzo.
Il limite principale della SPPS è l'accumulo di errori. Anche con rese di accoppiamento elevatissime, ogni ciclo introduce una piccola frazione di catene incomplete, e l'effetto si moltiplica con la lunghezza. Per questo i peptidi sintetici superiori a qualche decina di residui richiedono strategie di ligazione tra frammenti, mentre le proteine lunghe restano appannaggio dell'espressione ricombinante in sistemi biologici.
Perché alcuni peptidi di ricerca sono modificati chimicamente?
La fragilità del legame peptidico di fronte alle proteasi è il principale ostacolo pratico all'uso dei peptidi come strumenti farmacologici. Le modifiche chimiche più comuni non servono a potenziare un effetto, ma a rendere la molecola meno riconoscibile dagli enzimi che la degradano. Comprendere questa logica aiuta a interpretare correttamente le sigle che compaiono nelle schede tecniche dei peptidi di ricerca.
| Modifica | Principio chimico | Razionale dichiarato in letteratura |
|---|---|---|
| Amidazione C-terminale | Il gruppo -COOH terminale è sostituito da -CONH₂ | Riproduce una modifica post-traduzionale naturale e riduce l'attacco delle carbossipeptidasi |
| Acetilazione N-terminale | Il gruppo -NH₂ terminale è acetilato | Limita il riconoscimento da parte delle amminopeptidasi |
| Ciclizzazione | La catena è chiusa ad anello (testa-coda o tramite ponte disolfuro) | Elimina le estremità libere e irrigidisce la conformazione |
| Amminoacidi D | Sostituzione di uno o più residui L con i corrispondenti enantiomeri D | Le proteasi sono stereospecifiche e riconoscono male i residui D |
| Lipidazione o PEGilazione | Coniugazione con una catena grassa o con polietilenglicole | Rallenta la clearance renale e la degradazione enzimatica |
L'amidazione C-terminale merita una nota particolare, perché non è solo un espediente di laboratorio. Molti peptidi bioattivi naturali devono essere amidati all'estremità carbossilica per esprimere la loro attività completa, e nei vertebrati questa conversione è operata da un unico enzima, la peptidilglicina alfa-amidante monoossigenasi (PAM), a partire da precursori estesi con una glicina, come descritto da Prigge e colleghi. Un peptide sintetico non amidato può quindi comportarsi in modo diverso dalla sua controparte amidata.
Gli amminoacidi D e la ciclizzazione seguono una logica analoga. Le proteasi hanno siti attivi chirali, costruiti per substrati composti da amminoacidi L: inserire un residuo D in corrispondenza di un sito di taglio può rendere quel punto molto meno accessibile. Werle e Bernkop-Schnürch citano il caso dell'octreotide, analogo accorciato della somatostatina contenente amminoacidi D, la cui emivita plasmatica è di circa 1,5 ore contro i pochi minuti della somatostatina nativa. Quanto ai peptidi ciclici, Zorzi e colleghi ricordavano nel 2017 che oltre 40 farmaci peptidici ciclici erano in uso clinico, con una media di circa un nuovo farmaco di questa classe immesso sul mercato ogni anno.
Queste modifiche hanno però un prezzo. Alterare la struttura può ridurre l'affinità per il recettore, cambiare il profilo di distribuzione o introdurre proprietà non previste, e una maggiore stabilità significa anche che eventuali effetti indesiderati persistono più a lungo. La rassegna di Di sulle proprietà ADME dei peptidi descrive queste scelte come compromessi da ottimizzare caso per caso, non come miglioramenti automatici.
Avvertenza medica. Questo articolo ha finalità esclusivamente didattiche e descrive concetti di chimica e biochimica. Non contiene e non intende fornire dosaggi, protocolli o indicazioni d'uso. La maggior parte dei peptidi discussi nella letteratura citata è classificata come destinata alla sola ricerca e non è approvata da FDA o EMA per l'uso umano, e il loro status legale varia secondo la giurisdizione. I dati provenienti da studi preclinici o su modelli animali non sono trasferibili all'essere umano. Per qualsiasi questione di salute consultare un professionista sanitario qualificato.
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Domande frequenti
Legame peptidico e legame ammidico sono la stessa cosa?
Quante molecole d'acqua si perdono nella formazione di un peptide?
Perché quasi tutti i legami peptidici sono in configurazione trans?
Il legame peptidico può ruotare liberamente?
Cosa significa che una sequenza si legge da N a C?
Quanto è stabile un legame peptidico in acqua?
Perché un peptide amidato è diverso da uno non amidato?
La sintesi peptidica in fase solida permette di produrre proteine complete?
Fonti
- Jabs A, Weiss MS, Hilgenfeld R (1999). Non-proline cis peptide bonds in proteins. Journal of Molecular Biology.
- Eisenberg D (2003). The discovery of the alpha-helix and beta-sheet, the principal structural features of proteins. Proceedings of the National Academy of Sciences USA.
- Wedemeyer WJ, Welker E, Scheraga HA (2002). Proline cis-trans isomerization and protein folding. Biochemistry.
- Merrifield B (1986). Solid phase synthesis. Science.
- Prigge ST, Mains RE, Eipper BA, Amzel LM (2000). New insights into copper monooxygenases and peptide amidation: structure, mechanism and function. Cellular and Molecular Life Sciences.
- Di L (2015). Strategic approaches to optimizing peptide ADME properties. The AAPS Journal.
- Drucker DJ (2020). Advances in oral peptide therapeutics. Nature Reviews Drug Discovery.
- Zorzi A, Deyle K, Heinis C (2017). Cyclic peptide therapeutics: past, present and future. Current Opinion in Chemical Biology.
- Radzicka A, Wolfenden R (1996). Rates of uncatalyzed peptide bond hydrolysis in neutral solution and the transition state affinities of proteases. Journal of the American Chemical Society.
- Werle M, Bernkop-Schnürch A (2006). Strategies to improve plasma half life time of peptide and protein drugs. Amino Acids.