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IGF-1
LR3

IGF-1 LR3

Long R3 IGF-1 (Long [Arg³] Insulin-like Growth Factor 1)

≈9 118 g/mol (massa calcolata) Peso molecolare
C₄₀₀H₆₂₅N₁₁₁O₁₁₅S₉ Formula
Reagente da ricerca, non approvato per l'uso umano in nessuna giurisdizione Stato
83 amminoacidi: catena dell'IGF-1 umano (70 aa) con arginina in luogo dell'acido glutammico in posizione 3, più un'estensione N-terminale di 13 residui (MFPAMPLSSLFVN) derivata dall'ormone della crescita suino metionilato, secondo le schede tecniche dei produttori di reagenti
IGF-1 LR3 Photo: George Shervashidze

Che cos'è l'IGF-1 LR3?

L'IGF-1 LR3 (Long R3 IGF-1, ovvero Long [Arg³] Insulin-like Growth Factor 1) è una proteina ricombinante di 83 amminoacidi derivata dall'IGF-1 umano. È uno degli analoghi peptidici più cercati online e, contemporaneamente, uno dei meno documentati nell'essere umano: nasce negli anni Novanta in un contesto biotecnologico, non farmaceutico, e il suo uso consolidato resta quello di reagente di laboratorio e di supplemento per colture cellulari. Non è un medicinale, non possiede autorizzazione all'immissione in commercio per l'uso umano in nessuna giurisdizione e non risultano studi clinici pubblicati che lo abbiano valutato nell'uomo.

Dal punto di vista strutturale le differenze rispetto all'IGF-1 nativo sono due, entrambe precise e intenzionali. La prima è una sostituzione in posizione 3: l'acido glutammico presente nell'IGF-1 umano è rimpiazzato da un'arginina, da cui la sigla "R3". La seconda è un'estensione N-terminale di 13 residui, indicata nelle schede tecniche dei produttori di reagenti come MFPAMPLSSLFVN e derivata dall'ormone della crescita suino metionilato: è questa aggiunta a giustificare l'attributo "Long". Il risultato è una catena di 83 amminoacidi contro i 70 dell'IGF-1, con una massa calcolata di circa 9,1 kDa rispetto ai circa 7,6 kDa della molecola nativa.

La logica di queste modifiche è farmacocinetica. Nel sangue l'IGF-1 endogeno circola quasi interamente legato a una famiglia di sei proteine di trasporto, le IGFBP, che ne regolano la disponibilità verso il recettore IGF1R. Modificando l'estremità N-terminale della catena si riduce l'affinità per queste proteine. Il gruppo di Francis e colleghi, che nel 1992 ha descritto una serie di analoghi dell'IGF-1 ottenuti come proteine di fusione in Escherichia coli, ha osservato che in mioblasti di ratto L6 tutti gli analoghi risultavano più potenti dell'IGF-1 autentico nello stimolare la sintesi di proteine e di DNA e nell'inibire la degradazione proteica, e ha attribuito questa maggiore potenza principalmente al ridotto legame con le IGFBP piuttosto che a una maggiore affinità recettoriale.

È importante distinguere il progetto molecolare dalla destinazione d'uso. L'IGF-1 LR3 viene commercializzato da fornitori di reagenti come supplemento per la coltura di linee cellulari in assenza di siero, con lo scopo di sostituire l'insulina nei terreni di produzione di proteine ricombinanti. Le confezioni riportano tipicamente la dicitura "for research use only", che significa esattamente ciò che dichiara: materiale non destinato alla somministrazione a persone, non prodotto secondo gli standard farmaceutici e non accompagnato da un dossier di sicurezza clinica.

Chi cerca indicazioni pratiche di preparazione del reagente in laboratorio trova quelle informazioni in una pagina dedicata: il calcolatore IGF-1 LR3. Questa guida si occupa invece di altro: di che cosa sia la molecola, di come agisce, di che cosa mostrano gli studi e di quali limiti presenta l'evidenza disponibile. Il contenuto ha finalità esclusivamente informative e non costituisce un consiglio medico.

In che cosa differisce dall'IGF-1 nativo e dall'IGF-1 DES?

L'IGF-1 endogeno è un ormone peptidico di 70 amminoacidi prodotto in prevalenza dal fegato sotto lo stimolo dell'ormone della crescita e, in misura minore, da numerosi tessuti in modo autocrino e paracrino. La sua caratteristica distintiva non è tanto la sequenza quanto il modo in cui viaggia: nel plasma la quota libera è minima, mentre la maggior parte della molecola è sequestrata in complessi con le IGFBP. Il complesso ternario con IGFBP-3 e con la subunità acido-labile è troppo grande per attraversare l'endotelio e funziona come riserva circolante, come ricostruito nella rassegna di Bach del 2018 sull'insieme delle proteine leganti.

L'IGF-1 LR3 interviene proprio su questo meccanismo. Riducendo l'affinità per le IGFBP, l'analogo resta in proporzione maggiore in forma non legata e quindi più prontamente disponibile per il recettore IGF1R. Un esperimento di Bastian e colleghi del 2000 illustra bene la conseguenza: nel ratto il flusso dell'IGF-1 attraverso una barriera endoteliale diminuisce in presenza di IGFBP, mentre il flusso dell'LR3IGF-I non ne è influenzato, e nel fluido extracellulare raccolto da camere impiantate si recuperava in forma intatta significativamente più LR3IGF-I che IGF-1, pur restando in termini assoluti una frazione minima della quantità somministrata.

L'IGF-1 DES, o des(1-3)IGF-1, affronta lo stesso problema con una strategia opposta: invece di aggiungere residui all'estremità N-terminale, ne elimina i primi tre (glicina, prolina e acido glutammico). Anche questa forma tronca, che esiste naturalmente in alcuni tessuti, lega meno le IGFBP e mostra in vitro una potenza mitogenica superiore. Tomas e colleghi nel 1993 hanno confrontato direttamente le due varianti in ratti diabetici indotti con streptozotocina, descrivendo esplicitamente des(1-3)IGF-I e LR3-IGF-I come le due forme che legano poco le proteine di trasporto.

MolecolaAmminoacidiLegame con le IGFBPStato regolatorio
IGF-1 endogeno70Elevato, complesso ternario con IGFBP-3 e ALSOrmone fisiologico
Mecasermina (IGF-1 ricombinante)70, sequenza umana identicaElevato, come la molecola nativaMedicinale autorizzato per il deficit primario grave di IGF-1
IGF-1 DES (des(1-3)IGF-1)67RidottoReagente da ricerca
IGF-1 LR383RidottoReagente da ricerca, nessuna approvazione umana

La lettura corretta di questa tabella è che le tre varianti non sono versioni intercambiabili dello stesso principio attivo. Cambiare l'affinità per le proteine di trasporto significa cambiare distribuzione tissutale, durata dell'esposizione e profilo di effetti non desiderati. Un analogo più "libero" non è automaticamente un analogo migliore: è un analogo con una farmacologia diversa, che andrebbe caratterizzata separatamente.

Mecasermina e IGF-1 LR3 sono la stessa molecola?

No, e la confusione tra le due è probabilmente l'errore più frequente su questo argomento. La mecasermina è IGF-1 umano ricombinante con sequenza identica a quella endogena, prodotta come medicinale e autorizzata da FDA ed EMA per il trattamento del deficit primario grave di IGF-1 (SPIGFD), una condizione pediatrica rara in cui la produzione di IGF-1 è insufficiente nonostante livelli normali o elevati di ormone della crescita, come nella sindrome di Laron. È un farmaco soggetto a prescrizione, con scheda tecnica, piano di monitoraggio e registro di sorveglianza post-marketing.

La base di evidenza della mecasermina è consistente. Chernausek e colleghi hanno pubblicato nel 2007 sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism i dati di 76 bambini con deficit di IGF-1 da insensibilità all'ormone della crescita trattati con IGF-1 ricombinante fino a 12 anni, in un disegno prevalentemente aperto. Il registro europeo Increlex Growth Forum Database, analizzato da Bang e colleghi nel 2015, ha successivamente descritto il profilo di sicurezza nella pratica clinica reale. Sono studi con limiti metodologici, ma sono studi umani, condotti su una popolazione definita e con una indicazione precisa.

L'IGF-1 LR3 non ha nulla di tutto questo. Non è mai stato registrato come medicinale, non compare come principio attivo in una farmacopea, non ha un dossier di sicurezza umana e non risultano studi clinici pubblicati che ne abbiano valutato efficacia o tollerabilità nell'uomo. Il materiale in circolazione fuori dai laboratori istituzionali è materiale da ricerca, per il quale non esistono garanzie di identità, purezza, sterilità o contenuto di endotossine equiparabili a quelle di un farmaco.

Questa distinzione ha una conseguenza pratica che vale la pena enunciare senza giri di parole: i dati di sicurezza della mecasermina non possono essere trasferiti all'IGF-1 LR3. Le due molecole differiscono per 13 residui aggiunti, per una sostituzione in posizione 3 e, soprattutto, per il comportamento nei confronti delle proteine di trasporto, cioè per il parametro che regola quanta molecola libera è disponibile in un dato momento. Estrapolare la tollerabilità da una all'altra è un salto logico, non una deduzione.

Chi si interroga più in generale sul profilo di sicurezza di questa classe di composti può partire dalla nostra panoramica su quanto sono sicuri i peptidi, che affronta il tema della qualità dei materiali e dell'assenza di controlli farmaceutici. Resta valido il principio generale: qualsiasi valutazione individuale richiede il parere di un professionista sanitario.

Come si colloca nell'asse GH/IGF-1?

L'asse somatotropo funziona come una catena a retroazione. L'ipotalamo rilascia GHRH, che stimola l'ipofisi a secernere ormone della crescita in modo pulsatile; il GH agisce sul fegato e su altri tessuti inducendo la produzione di IGF-1; l'IGF-1 circolante, a sua volta, esercita un feedback negativo su ipofisi e ipotalamo, smorzando la secrezione successiva di GH. La somatostatina completa il sistema come freno. È un circuito progettato per mantenere l'esposizione entro una finestra fisiologica.

I cosiddetti secretagoghi dell'ormone della crescita agiscono a monte di questa catena e ne conservano la struttura. Gli analoghi del GHRH come CJC-1295 e Tesamorelin amplificano il segnale ipotalamico; i mimetici della grelina come Ipamorelin e GHRP-2 agiscono sul recettore dei secretagoghi. In entrambi i casi il risultato finale dipende ancora dall'ipofisi e resta soggetto al feedback dell'IGF-1, che funziona come limite superiore intrinseco.

Un analogo esogeno dell'IGF-1 fa l'opposto: bypassa completamente il segmento ipofisario e introduce direttamente il mediatore terminale. La conseguenza attesa è la soppressione del segnale a monte, ed è precisamente ciò che è stato osservato negli animali. Dunaiski e colleghi, nel 1997 sul Journal of Endocrinology, hanno infuso LR3IGF-I per quattro giorni in maiali in fase di finissaggio: la concentrazione media di GH plasmatico è diminuita del 23% e l'area sotto i picchi di GH si è ridotta del 60%, mentre calavano anche l'IGF-1 endogeno, l'IGFBP-3 e l'insulina circolanti.

Lo stesso studio contiene un dato che merita attenzione perché contraddice l'aspettativa intuitiva: nel maiale l'infusione di LR3IGF-I ha ridotto l'incremento ponderale medio giornaliero e l'assunzione di alimento. Gli autori sottolineano che gli analoghi dell'IGF-1 che legano poco le IGFBP stimolano la crescita nel ratto ma la inibiscono nel maiale, e ipotizzano che la soppressione del GH sia responsabile della riduzione dei valori plasmatici di IGF-1, IGFBP-3 e insulina. La co-somministrazione di GH suino non ha prodotto effetti interattivi sulle prestazioni di crescita.

Il quadro che emerge è quello di un sistema integrato in cui intervenire sul prodotto finale non equivale a intervenire sul regolatore. Chi ragiona in termini di composizione corporea trova un inquadramento comparativo nella nostra analisi su peptidi e steroidi anabolizzanti, dove il tema della differenza fra segnale ormonale e effetto tissutale è sviluppato più a fondo.

Che cosa mostrano gli studi cellulari e animali?

Sul piano in vitro l'evidenza è la più solida e anche la più coerente con l'uso reale della molecola. Francis e colleghi nel 1992 hanno documentato in mioblasti L6 di ratto una potenza superiore degli analoghi rispetto all'IGF-1 autentico su sintesi proteica, sintesi di DNA e inibizione della degradazione proteica. Voorhamme e Yandell, nel 2006 su Molecular Biotechnology, hanno descritto il LONG R3 IGF-I come fattore di crescita e di sopravvivenza più potente sia dell'insulina sia dell'IGF-1 nativo nella coltura di cellule HEK293 in terreno privo di siero. È da questa letteratura che deriva l'impiego industriale del composto come supplemento nei processi di produzione di proteine ricombinanti.

Sul piano animale i risultati dipendono dalla specie e dal modello, e questo è il punto metodologicamente più importante di tutta la sezione. Tomas e colleghi nel 1992, sul Biochemical Journal, hanno somministrato IGF-1 mediante pompa osmotica sottocutanea a ratti resi catabolici con desametasone: nell'arco di sette giorni il gruppo trattato con la quantità più elevata di IGF-1 ha guadagnato 6 g di peso corporeo, contro una perdita di 19 g nel gruppo trattato solo con desametasone e un guadagno di 18 g nei controlli alimentati in parallelo. Il titolo stesso dello studio indica che le varianti dell'IGF-1 risultavano ancora più attive della molecola nativa.

Nel 1993, sempre sul Biochemical Journal, lo stesso gruppo ha esteso l'analisi a ratti diabetici indotti con streptozotocina, confrontando IGF-1, des(1-3)IGF-I e LR3-IGF-I. La formulazione del titolo è significativa: le varianti più potenti ripristinavano la crescita senza indurre tutti gli effetti caratteristici dell'insulina, un'osservazione che va letta come una dissociazione parziale fra azione anabolica e azione metabolica, non come un'assenza di effetti metabolici.

Il già citato studio sui maiali di Dunaiski e colleghi mostra il rovescio della medaglia: nella specie suina lo stesso analogo riduce crescita e assunzione di alimento. Un lavoro recente aggiunge un altro tipo di cautela. Engel e colleghi, nel 2025 sul Journal of Alzheimer's Disease, hanno trattato per sette mesi topi maschi 5XFAD e wildtype con LR3-IGF-1 per via intranasale (da 3 a 10 mesi di età, 19-27 animali per gruppo): il trattamento ha migliorato la composizione corporea e ha spostato la morfologia delle placche di beta-amiloide da forme grandi e filamentose verso forme più piccole e inerti nella corteccia cerebrale, ma non ha preservato la funzione cognitiva in nessuno dei test impiegati.

Il messaggio complessivo di questo corpo di studi è duplice. Da un lato l'IGF-1 LR3 è biologicamente attivo e la sua attività è riproducibile in sistemi cellulari. Dall'altro, gli effetti in vivo cambiano segno fra le specie e gli effetti molecolari non si traducono automaticamente in benefici funzionali. Nessuno di questi studi è stato condotto nell'uomo, e nessuno può essere usato per prevedere che cosa accadrebbe in una persona.

Che cosa si sa davvero della sua emivita?

Conviene cominciare da ciò che è documentato per la molecola endogena. Nella rassegna di Bach del 2018 sul Journal of Molecular Endocrinology la cinetica dell'IGF-1 umano è descritta così: la forma non legata ha un'emivita circolante di circa 10-12 minuti, mentre il complesso ternario di circa 150 kDa, che contiene circa il 75% degli IGF circolanti ed è troppo grande per lasciare il torrente sanguigno, prolunga l'emivita a circa 15 ore. Il complesso binario con una singola IGFBP si collocherebbe in una posizione intermedia. La durata dell'esposizione, quindi, non è una proprietà intrinseca della catena peptidica: è una proprietà del sistema di trasporto.

Questo è esattamente il motivo per cui l'emivita dell'IGF-1 LR3 non può essere dedotta per analogia. L'analogo è stato progettato per sottrarsi al legame con le IGFBP, e quindi per non entrare nella riserva protetta che conferisce all'IGF-1 nativo la sua lunga permanenza in circolo. Da questa premessa si possono costruire argomenti in direzioni opposte: minore sequestro può significare eliminazione più rapida, oppure distribuzione tissutale più estesa e comportamento cinetico complesso. Senza misure dirette, entrambe le ipotesi restano ipotesi.

Va detto con chiarezza che non esiste, nella letteratura indicizzata, un valore di emivita umana dell'IGF-1 LR3 riconducibile a una fonte primaria verificabile. La cifra di 20-30 ore che circola con grande uniformità sui siti dei fornitori e su alcune pagine divulgative non è accompagnata da uno studio identificabile, da una popolazione, da un metodo analitico o da un intervallo di confidenza. In assenza di questi elementi non è un dato scientifico ma una convenzione editoriale ripetuta, e in questa guida non viene riprodotta come se fosse un fatto accertato.

Le uniche informazioni cinetiche disponibili provengono da modelli animali e sono parziali. Bastian e colleghi nel 2000 hanno misurato nel ratto parametri farmacocinetici di IGF-1 e LR3IGF-I in presenza di camere sottocutanee impiantate, rilevando differenze di comportamento fra le due molecole e un recupero significativamente maggiore di LR3IGF-I intatto nel fluido di ferita, sebbene la quantità recuperata rappresentasse solo una frazione minima di quella somministrata. Studi precedenti sulla clearance plasmatica e sulla distribuzione tissutale sono stati condotti su ratti, maiali e cavie, specie con assetti di IGFBP e con tassi metabolici non sovrapponibili a quelli umani.

L'assenza di dati cinetici umani non è un dettaglio accademico. Senza conoscere la durata dell'esposizione non è possibile stimare la finestra temporale in cui si manifesterebbe un effetto metabolico indesiderato, né prevedere l'accumulo, né definire un margine di sicurezza. È una lacuna che precede ogni altra considerazione.

Quali rischi sono discussi in letteratura?

Il primo rischio discusso è l'ipoglicemia. Il recettore IGF1R e il recettore insulinico condividono un'ampia omologia strutturale e vie di segnalazione a valle sovrapponibili, e l'IGF-1 conserva un'attività insulino-simile sul trasporto del glucosio. Questo non è un timore teorico: nel registro europeo Increlex Growth Forum Database analizzato da Bang e colleghi nel 2015, l'ipoglicemia è risultata l'evento avverso mirato più frequente in bambini trattati con IGF-1 ricombinante, con una frequenza del 17,6%, seguita da lipoipertrofia (10,6%) e ipertrofia tonsillare (7,4%). I fattori predittivi identificati erano l'età giovane e la diagnosi di sindrome di Laron, non la quantità somministrata.

Per l'IGF-1 LR3 questo segnale merita una considerazione aggiuntiva, di natura meccanicistica: un analogo che lega meno le IGFBP lascia in proporzione più molecola libera, e la frazione libera è quella biologicamente attiva. Lo studio di Tomas del 1993 aveva già osservato nel ratto diabetico che le varianti a basso legame ripristinavano la crescita senza riprodurre tutti gli effetti caratteristici dell'insulina, formulazione che documenta una dissociazione parziale e non un'assenza di attività metabolica. Non esistono dati umani che quantifichino questo rischio per l'analogo.

Il secondo tema è la segnalazione proliferativa e la questione del cancro, da presentare con precisione perché è facile sia sopravvalutarla sia liquidarla. L'attivazione di IGF1R recluta le vie PI3K/Akt e MAPK, coinvolte nella proliferazione cellulare e nell'inibizione dell'apoptosi. Sul piano epidemiologico, la meta-analisi con meta-regressione di Renehan e colleghi pubblicata su The Lancet nel 2004 ha rilevato che concentrazioni elevate di IGF-1 circolante sono associate a un aumento del rischio di cancro della prostata e di cancro della mammella in premenopausa, e concentrazioni elevate di IGFBP-3 a un aumento del rischio di cancro mammario premenopausale, precisando che le associazioni sono modeste e variano in funzione della sede.

Gli studi di randomizzazione mendeliana offrono un angolo diverso. Larsson e colleghi, nel 2020 su Cancer Medicine, hanno usato 416 varianti genetiche associate ai livelli sierici di IGF-1 e hanno trovato un supporto a un'associazione causale con il carcinoma colorettale: odds ratio 1,11 (IC 95% 1,01-1,22) nella UK Biobank e 1,22 (IC 95% 1,09-1,36) nel BioBank Japan Project. Per il cancro della mammella i risultati erano meno consistenti, con un odds ratio di 0,99 (IC 95% 0,92-1,07) nella UK Biobank e di 1,08 (IC 95% 1,02-1,13) nel Breast Cancer Association Consortium, e non è emersa un'associazione statisticamente significativa con altri 14 tumori.

Il punto interpretativo è decisivo: tutti questi dati riguardano le concentrazioni endogene di IGF-1 all'interno dell'intervallo fisiologico, determinate geneticamente o misurate in coorti osservazionali. Nessuno studio ha misurato l'incidenza oncologica in persone esposte a IGF-1 LR3. Da questa letteratura non si può concludere che l'analogo causi tumori, e non si può nemmeno concludere che sia innocuo sotto questo profilo: l'informazione semplicemente non esiste. È una zona di incertezza, e va trattata come tale.

A questi rischi biologici si aggiungono quelli legati alla natura del prodotto. Il materiale etichettato per sola ricerca non è soggetto ai controlli di identità, purezza, sterilità ed endotossine previsti per i medicinali iniettabili, e le autorità regolatorie hanno emesso ripetuti avvertimenti nei confronti di operatori che commercializzano peptidi non autorizzati. Questa guida ha finalità informative: qualsiasi valutazione clinica individuale richiede il parere di un medico o di un farmacista.

Qual è lo status normativo e antidoping?

Sul piano regolatorio la posizione dell'IGF-1 LR3 è semplice da riassumere: nessuna autorizzazione come medicinale, in nessuna giurisdizione. Il composto è distribuito come reagente di ricerca e come supplemento per colture cellulari, con la dicitura "for research use only". La mecasermina, cioè l'IGF-1 ricombinante a sequenza umana, è invece un medicinale autorizzato, ma con un'indicazione ristretta al deficit primario grave di IGF-1 e sotto prescrizione specialistica. La vendita o la promozione dell'IGF-1 LR3 per il consumo umano non è coperta da alcuna autorizzazione e la legalità del semplice possesso varia da un paese all'altro.

Sul piano antidoping la collocazione è precisa. Nella Lista delle sostanze e dei metodi proibiti della World Anti-Doping Agency, la sezione S2 raggruppa ormoni peptidici, fattori di crescita, sostanze correlate e mimetici. All'interno di questa sezione, la sottoclasse S2.3 "Growth Factors and Growth Factor Modulators" elenca esplicitamente l'insulin-like growth factor 1 (IGF-1, mecasermina) e i suoi analoghi, insieme a fattori di crescita fibroblastici, fattore di crescita degli epatociti, mechano growth factors, PDGF, VEGF e timosina beta-4 con i suoi derivati. La formulazione include inoltre una clausola aperta che copre altri fattori di crescita che influenzano la sintesi o la degradazione proteica di muscolo, tendine e legamento, la vascolarizzazione, l'utilizzo energetico, la capacità rigenerativa o il passaggio di tipo di fibra.

Due conseguenze pratiche derivano da questa classificazione. La prima è che le sostanze della sezione S2 sono proibite in ogni momento, sia in competizione sia fuori competizione: non esiste una finestra di utilizzo consentito fuori stagione. La seconda è che si tratta di sostanze non specificate, categoria a cui corrispondono le sanzioni più severe previste dal Codice mondiale antidoping. La clausola sugli analoghi rende irrilevante il fatto che l'IGF-1 LR3 non sia nominato singolarmente: la sua struttura lo colloca senza ambiguità nella classe proibita.

Sul versante analitico, il controllo dell'IGF-1 nello sport è un campo tecnicamente delicato, trattato in dettaglio nella rassegna di Bailes e Soloviev pubblicata nel 2021 su Biomolecules, dedicata al monitoraggio dell'IGF-1 nella diagnostica medica e nello sport. La presenza di un'estensione N-terminale di 13 residui rende l'IGF-1 LR3 una molecola distinguibile dall'IGF-1 endogeno con metodi basati sulla spettrometria di massa, il che rimuove uno degli argomenti talvolta avanzati sulla presunta non rilevabilità degli analoghi.

Per chi pratica sport a livello agonistico, la verifica dello status di qualsiasi sostanza va fatta sulla versione corrente della Lista proibita e presso la propria organizzazione antidoping nazionale, perché la Lista viene aggiornata ogni anno. Questa guida non sostituisce tale verifica e non fornisce indicazioni operative di alcun tipo.

Che cosa resta sconosciuto?

Il primo vuoto è farmacocinetico. Non esistono dati pubblicati su assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione dell'IGF-1 LR3 nell'essere umano. Ciò significa che non si conosce la durata dell'esposizione, non si conosce l'andamento delle concentrazioni nel tempo, non si conosce l'eventuale accumulo e non si conosce la variabilità fra individui. Ogni affermazione quantitativa sulla permanenza della molecola in circolo nell'uomo, compresa quella diffusa delle 20-30 ore, va considerata non verificata.

Il secondo vuoto è la relazione fra quantità somministrata e risposta negli esseri umani, insieme alla soglia oltre la quale gli effetti metabolici diventano clinicamente rilevanti. Gli studi animali disponibili sono stati condotti con infusioni continue in specie diverse e con esiti divergenti, e non offrono una base per estrapolazioni. Non esiste un profilo di tollerabilità umana, né una descrizione sistematica degli eventi avversi, né alcun dato sull'interazione con farmaci, con l'insulina o con condizioni metaboliche preesistenti.

Il terzo vuoto riguarda gli effetti a lungo termine. La letteratura oncologica disponibile descrive associazioni fra livelli endogeni di IGF-1 e rischio di alcune neoplasie, ma nessuno studio ha seguito nel tempo persone esposte all'analogo. Analogamente, non si sa quale sia l'effetto di un'esposizione prolungata sull'asse GH/IGF-1 umano: i dati suini di Dunaiski mostrano una soppressione marcata dei picchi di GH e dell'IGF-1 endogeno, ma l'entità e la reversibilità di un fenomeno equivalente nell'uomo non sono state misurate.

Il quarto vuoto è quello dell'identità del materiale. In assenza di controlli farmaceutici, ciò che viene venduto sotto la denominazione IGF-1 LR3 al di fuori dei canali per reagenti certificati può differire per sequenza, corretto ripiegamento, stato di aggregazione, contenuto di endotossine e presenza di impurezze di processo. Una molecola con tre ponti disolfuro e un'estensione N-terminale è particolarmente sensibile a problemi di ripiegamento, e un certificato di analisi generico non è una garanzia di attività biologica.

Colmare queste lacune richiederebbe studi clinici registrati, con un obiettivo definito, un comparatore, una misurazione farmacocinetica e una raccolta sistematica degli eventi avversi. Finché questi studi non esistono, l'IGF-1 LR3 resta una molecola ben caratterizzata in provetta e in gran parte ignota nell'uomo. Chi si avvicina all'argomento cercando composti associati al recupero e alla crescita muscolare troverà un inquadramento più ampio nella nostra rassegna sui peptidi per crescita muscolare e recupero, con la stessa avvertenza di fondo: la distanza fra plausibilità biologica ed evidenza clinica è, in questo campo, ancora molto ampia.

Avvertenza. Questo articolo ha finalità esclusivamente educative e informative. L'IGF-1 LR3 è un composto da ricerca non approvato per l'uso umano da FDA, EMA o altre autorità regolatorie. Nessuna parte di questo testo costituisce un consiglio medico o un incoraggiamento all'uso. Consultare sempre un professionista sanitario qualificato prima di qualsiasi decisione relativa alla propria salute.

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Domande frequenti

L'IGF-1 LR3 è approvato per l'uso umano?
No. L'IGF-1 LR3 non possiede alcuna autorizzazione come medicinale, né da parte della FDA né dell'EMA né di altre autorità regolatorie. È distribuito come reagente di ricerca e come supplemento per colture cellulari, con etichettatura "for research use only", e non risultano studi clinici pubblicati che lo abbiano valutato nell'essere umano. La legalità del possesso e della vendita varia da una giurisdizione all'altra, ma in nessun paese esiste un'indicazione terapeutica approvata.
Qual è la differenza tra IGF-1 LR3 e mecasermina?
La mecasermina è IGF-1 umano ricombinante con sequenza identica a quella endogena, autorizzata come farmaco per il deficit primario grave di IGF-1 nei bambini e supportata da studi clinici, tra cui il lavoro di Chernausek e colleghi del 2007 su 76 bambini trattati fino a 12 anni. L'IGF-1 LR3 è un analogo modificato di 83 amminoacidi, con arginina in posizione 3 ed estensione N-terminale di 13 residui, progettato per legare meno le proteine di trasporto IGFBP. Non è un medicinale e i dati di sicurezza della mecasermina non sono trasferibili all'analogo.
L'IGF-1 LR3 è più potente dell'IGF-1?
Nei sistemi cellulari sì. Francis e colleghi nel 1992 hanno osservato che gli analoghi a basso legame con le IGFBP erano più potenti dell'IGF-1 autentico in mioblasti L6 di ratto su sintesi proteica, sintesi di DNA e inibizione della degradazione proteica, attribuendo l'effetto principalmente alla ridotta affinità per le proteine di trasporto piuttosto che a una maggiore affinità recettoriale. Tradurre questa potenza in vitro in un effetto in vivo è però problematico: nel maiale lo stesso analogo ha ridotto la crescita invece di aumentarla.
Perché in questa guida non viene indicata un'emivita umana precisa?
Perché non esiste una fonte primaria verificabile. Il valore di 20-30 ore che circola su numerosi siti commerciali non è accompagnato da uno studio identificabile, da una popolazione, da un metodo analitico o da un intervallo di confidenza, e riprodurlo significherebbe presentare una convenzione editoriale come un dato scientifico. Per l'IGF-1 endogeno i valori sono invece documentati: circa 10-12 minuti per la forma libera e circa 15 ore per il complesso ternario con IGFBP-3 e subunità acido-labile, secondo la rassegna di Bach del 2018.
L'IGF-1 LR3 può provocare ipoglicemia?
Il rischio è discusso in letteratura su basi meccanicistiche e per analogia con l'IGF-1 ricombinante. Il recettore IGF1R condivide un'ampia omologia con il recettore insulinico e l'IGF-1 conserva un'attività insulino-simile sul trasporto del glucosio. Nel registro europeo analizzato da Bang e colleghi nel 2015, l'ipoglicemia è risultata l'evento avverso mirato più frequente nei bambini trattati con IGF-1 ricombinante, con una frequenza del 17,6%. Per l'IGF-1 LR3 specificamente non esistono dati umani che quantifichino questo rischio, e la ridotta affinità per le IGFBP rende la stima per analogia poco affidabile.
L'IGF-1 LR3 aumenta il rischio di cancro?
Non esistono studi che abbiano misurato l'incidenza oncologica in persone esposte a IGF-1 LR3, quindi la domanda non ha oggi una risposta basata su dati. Ciò che la letteratura documenta riguarda le concentrazioni endogene: la meta-analisi di Renehan e colleghi del 2004 ha rilevato associazioni modeste e variabili per sede fra IGF-1 circolante elevato e rischio di cancro prostatico e mammario premenopausale, mentre lo studio di randomizzazione mendeliana di Larsson e colleghi del 2020 ha trovato supporto a un'associazione causale con il carcinoma colorettale (odds ratio 1,11, IC 95% 1,01-1,22 nella UK Biobank). Questi risultati non consentono né di affermare né di escludere un effetto dell'analogo somministrato.
L'IGF-1 LR3 è vietato dalla WADA ed è rilevabile nei controlli?
Sì, è vietato. La Lista proibita della World Anti-Doping Agency include, nella sottoclasse S2.3 dedicata a fattori di crescita e modulatori dei fattori di crescita, l'insulin-like growth factor 1 (IGF-1, mecasermina) e i suoi analoghi. Le sostanze della sezione S2 sono proibite in ogni momento, in competizione e fuori competizione, e appartengono alla categoria delle sostanze non specificate, con le sanzioni più severe. Quanto alla rilevabilità, l'estensione N-terminale di 13 residui rende la molecola strutturalmente distinguibile dall'IGF-1 endogeno con metodi basati sulla spettrometria di massa; il tema del monitoraggio analitico dell'IGF-1 nello sport è trattato nella rassegna di Bailes e Soloviev del 2021.
In che rapporto sta l'IGF-1 LR3 con i secretagoghi dell'ormone della crescita?
Agiscono in punti opposti della stessa catena regolatoria. Gli analoghi del GHRH come CJC-1295 e Tesamorelin e i mimetici della grelina come Ipamorelin e GHRP-2 intervengono a monte, stimolando la secrezione ipofisaria di ormone della crescita e mantenendo attivo il feedback negativo esercitato dall'IGF-1. Un analogo esogeno dell'IGF-1 introduce invece direttamente il mediatore terminale e sopprime il segnale a monte: nello studio suino di Dunaiski e colleghi del 1997 l'infusione di LR3IGF-I ha ridotto del 23% la concentrazione media di GH plasmatico e del 60% l'area sotto i picchi di GH, abbassando anche IGF-1 endogeno, IGFBP-3 e insulina. Sono quindi strategie farmacologicamente diverse, non alternative equivalenti.

Fonti

  1. Francis GL, Ross M, Ballard FJ, et al. (1992). Novel recombinant fusion protein analogues of insulin-like growth factor (IGF)-I indicate the relative importance of IGF-binding protein and receptor binding for enhanced biological potency. Journal of Molecular Endocrinology.
  2. Tomas FM, Knowles SE, Owens PC, et al. (1992). Insulin-like growth factor-I (IGF-I) and especially IGF-I variants are anabolic in dexamethasone-treated rats. Biochemical Journal.
  3. Tomas FM, Knowles SE, Owens PC, Chandler CS, Francis GL, Ballard FJ (1993). Insulin-like growth factor-I and more potent variants restore growth of diabetic rats without inducing all characteristic insulin effects. Biochemical Journal.
  4. Dunaiski V, Dunshea FR, Walton PE, Goddard C (1997). Long [R3] insulin-like growth factor-I reduces growth, plasma growth hormone, IGF binding protein-3 and endogenous IGF-I concentrations in pigs. Journal of Endocrinology.
  5. Bastian SE, Walton PE, Belford DA (2000). Transport of circulating IGF-I and LR3IGF-I from blood to extracellular wound fluid sites in rats. Journal of Endocrinology.
  6. Voorhamme D, Yandell CA (2006). LONG R3 IGF-I as a more potent alternative to insulin in serum-free culture of HEK293 cells. Molecular Biotechnology.
  7. Engel MG, Narayan S, Cui MH, Branch CA, Zhang X, Gandy SE, Ehrlich M, Huffman DM (2025). Intranasal long R3 insulin-like growth factor-1 treatment promotes amyloid plaque remodeling in cerebral cortex but fails to preserve cognitive function in male 5XFAD mice. Journal of Alzheimer's Disease.
  8. Chernausek SD, Backeljauw PF, Frane J, Kuntze J, Underwood LE (2007). Long-term treatment with recombinant insulin-like growth factor (IGF)-I in children with severe IGF-I deficiency due to growth hormone insensitivity. The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.
  9. Bang P, Polak M, Woelfle J, Houchard A (2015). Effectiveness and safety of rhIGF-1 therapy in children: the European Increlex Growth Forum Database experience. Hormone Research in Paediatrics.
  10. Renehan AG, Zwahlen M, Minder C, O'Dwyer ST, Shalet SM, Egger M (2004). Insulin-like growth factor (IGF)-I, IGF binding protein-3, and cancer risk: systematic review and meta-regression analysis. The Lancet.
  11. Larsson SC, Carter P, Vithayathil M, Kar S, Mason AM, Burgess S (2020). Insulin-like growth factor-1 and site-specific cancers: a Mendelian randomization study. Cancer Medicine.
  12. Bach LA (2018). 40 YEARS OF IGF1: IGF-binding proteins. Journal of Molecular Endocrinology.
  13. Bailes J, Soloviev M (2021). Insulin-like growth factor-1 (IGF-1) and its monitoring in medical diagnostic and in sports. Biomolecules.
  14. World Anti-Doping Agency (2026). The Prohibited List, sezione S2.3 Growth Factors and Growth Factor Modulators. World Anti-Doping Agency.

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